mercoledì 27 maggio 2009

1

Capitolo Terzo - Parte 2

Il giorno dopo avevo la netta sensazione che i My Chemical Romance stessero tenendo un concerto gratuito nella mia testa. Me la sentivo terribilmente dolorante e pulsante, come scossa dalle vibrazioni di potentissime chitarre elettriche e dal suono arrabbiato delle batterie.
A scuola, passai tutto il tempo a tastarmi le tempie, con la paura che da un momento all’altro sarebbero scoppiate. Al pensiero di Manfredi che veniva schizzato dal mio liquido cerebrale abbozzai un sorriso, ma anche quello mi provocò dolore. Come se non bastasse, mi facevo schifo da solo per come mi ero comportato il giorno prima, ma continuavo a non voler recitare nei panni di Romeo. Non con Cornelia come Giulietta. Non avevo bisogno di rendermi ancora più ridicolo di quanto già non lo fossi.
I giorni successivi mi sentii sempre peggio. Facevo fatica a muovere i muscoli e a concentrarmi anche solo per pochi minuti, senza capirne il motivo.
Inutile dire che Manfredi mi tartassava in ogni momento disponibile, consigliandomi di ricoverarmi come era solito fare lui. Assieme a Lentini ed Alex aveva cominciato a studiarmi in modo terribilmente snervante; a mettermi ancora di più in soggezione, inoltre, c’era l’impressione che Irma – girandosi nervosamente dal suo banco in prima fila – mi stesse tenendo sotto controllo.
La ciliegina sulla torta fu incontrare Cornelia – in quello stato – durante l’intervallo. Manfredi mi aveva fatto l’ennesima diagnosi, attingendo alle sue sterminate conoscenze mediche e era arrivato alla conclusione che avevo un inizio di encefalite fulminante e di distrofia muscolare. Lo liquidai promettendogli di passare in infermeria e mi diressi verso il bagno dei maschi. Lì vicino, di fianco alla porta di quello femminile, c’era Cornelia, braccia conserte e viso etereo.
Decisi di mettere in chiaro le cose e – strizzando gli occhi nella speranza che l’emicrania mi abbandonasse – mi fermai davanti a lei.
«Rob…», mormorò la sua voce dolce. Non sembrava troppo arrabbiata.
«Volevo scusarmi per quanto è accaduto durante i… provini», borbottai, massaggiandomi le tempie. Spostavo spesso il mio peso da un piede all’altro, perché avevo la sensazione che i muscoli non avrebbero retto. «Vedi, io non è che non voglia recitare con te… è che… ecco… tu mi…». Chiusi gli occhi e sospirai. Sentii la mano di Cornelia toccarmi la guancia, ma non li riaprii.
«Ho capito Rob, ma sei stato bravissimo e questo basta. Non voglio metterti a disagio. Se ti farà sentire meglio lascerò la parte».
«Stai scherzando?», esclamai e mi pentii di aver alzato la voce perché il mal di testa aveva risposto picchiando più forte. Attesi che scemasse un pochino. «Tu sei perfetta e… be’, sei l’unica con cui vorrei farlo, comunque». Sorrise, spostandosi i capelli dietro il collo.
«È un po’ contorto, non trovi?».
«Già… sono proprio stupido».
«No», sussurrò. «Sei dolcissimo».
Ricambiai il suo sguardo e distesi il viso, fregandomene dei dolori vari che torturavano il mio corpo.
«Manca ancora un bel po’ prima che comincino le prove ufficiali», disse. «Aspettiamo e vediamo cosa succede». Aumentò l’intensità del suo sguardo e io mi sentii le farfalle nello stomaco. «Ci stai?».
«Okay», approvai. «Ci sto».


Quando fui di ritorno a casa mi gettai sul letto, pur sapendo che avrei dovuto ultimare lo studio del dna e cercare di capire le disequazioni di matematica, ma una nuova, sottile coltre di nebbia che mi ricopriva gli occhi e s’infiltrava nel cervello mi costrinse a chiudere gli occhi. La testa continuava a pulsare, così come i muscoli delle gambe.
Sotto di me i tetti perfettamente uguali di Strada Falterona sembravano una macchia indistinta di colori ad olio ed un vento freddo e pungente s’infrangeva con violenza sul mio corpo. Amavo la sensazione che provavo sfrecciando nel cielo, una sensazione di onnipotenza e carica di adrenalina. All'improvviso, però, udii delle voci rimbombarmi nelle orecchie, voci che facevano accapponare la pelle tanto erano inquietanti. Mi ritrovai per terra, sul manto di foglie e terriccio della foresta, accerchiato da ombre di individui alti e tenebrosi, che ridevano in maniera lugubre. Ognuno di loro portava un orecchino d’argento che brillava nell’oscurità. Le ombre si fecero sempre più vicine, stringendo il cerchio e chiudendomi ogni via di fuga.
Mi svegliai di soprassalto, il mal di testa ancora acuto e violento. Fuori la finestra il cielo si stava scurendo, segno che avevo dormito per un paio d’ore. Trassi un profondo respiro e mi sforzai di allontanare ciò che avevo appena visto.
La mattina seguente arrivai a scuola con la stessa preparazione che avevo prima che iniziasse. Non ero riuscito a studiare assolutamente nulla e di questo mi sentì un po’ in colpa. Non ero abituato a trascurare troppo i compiti.
Gli strani sintomi degli ultimi giorni diventavano sempre più forti e fastidiosi; riuscivo a stento a muovere le gambe tanto mi facevano male i muscoli e sentivo la testa pesante, come fosse piena di piombo piuttosto che di neuroni.
Niente battute sul peso della cultura, grazie.
La situazione non migliorò nei giorni successivi e i miei amici e genitori cominciarono ad essere seriamente preoccupati. In particolare, Irma si materializzava davanti ai miei occhi ogni volta che mi sentivo più male di quanto già non stessi e, giornalmente, insisteva per avere informazioni dettagliate sul tipo di dolore che accusavo.
Non riuscivo affatto a capire cosa diavolo volesse, anche perché non ci eravamo mai parlati granché. In quei giorni, poi, non parlavo molto nemmeno con Cornelia, la sua migliore amica, tanto avevo bisogno di stare in silenzio, solo col mio dolore. Cornelia sembrava capire e solamente di tanto in tanto mi scoccava un’occhiata preoccupata.
A casa, mia madre e mio padre presero a farmi mille domande e a controllarmi, ma io cercavo di parlare il meno possibile e mi richiudevo in camera non appena tornavo da scuola. Era frustrante non capire cosa diamine mi stesse succedendo e non riuscire a fare niente per controllarmi. Di giorno l’annebbiamento mentale, il fastidio ai muscoli e la sensazione di essere vuoto e di pesantezza mi provocavano un’angoscia sempre più grande; di notte il sogno che mi vedeva sfrecciare nel cielo mi innervosiva al punto che ero diventato intrattabile.
Il sabato lontano dai banchi di scuola sembrò, finalmente, aver sortito un effetto positivo sui miei sintomi. Alla mattina il mal di testa era davvero lieve e riuscii a recuperare quasi tutti i compiti che mi ero portato dietro. Aiutai anche i miei con la spesa, che furono sollevati quando mi rividero in forze. Nel pomeriggio, tra l’altro, mi venne una mezza idea di andare a trovare Cornelia, ma quando mi affacciai nel giardino e la vidi parlare animatamente con Francesco, decisi che era meglio cambiare aria.
La domenica, comunque, tutto tornò come prima. Le pareti blu della mia camera diventarono troppo soffocanti e, dopo pranzo, decisi di fare due passi.
«Stai di nuovo male?» mi chiese mia madre quando mi infilai il giubbotto e mi avvicinai alla porta dell’ingresso.
«Non ti preoccupare, è tutto… tutto sottocontrollo». Non sapevo nemmeno chi mi desse la forza di mettere assieme le parole. Ogni tentativo di pensare mi costava un’enorme fatica.
«Forse è il caso di farti vedere da un medico… è da martedì che…».
«No mamma. Dico sul serio. Sto bene».
«Santo cielo Rob! Togliti quel giubbotto e mettiti sotto le coperte!». Più che un ordine sembrava una supplica. Naturalmente non la ascoltai – non ne avevo proprio la forza – e girai la maniglia della porta di mogano.
«Mi hai sentito, signorino?», gracchiò mia madre. Da qualche parte anche mio padre cominciò ad alzare la voce. Aprii la porta e scivolai fuori, come un automa, noncurante dei miei genitori.
Mi richiusi alle spalle anche il cancello di casa e mi sembrò di aver percorso il vialetto fluttuando. Decisi di percorrere Strada Falterona verso sinistra e dunque in direzione scuola e piazza. Anzi, dire che ‘decisi’ è una parola troppo grande; più che altro fui spinto dall’istinto.
Mi muovevo come sotto l’effetto di qualche droga, come fossi tirato dal vento. Ora mi sentivo leggero, confuso, perso nel vuoto. Non udivo più nemmeno i rumori, tanto che nemmeno mi accorsi della pioggia che mi stava inzuppando capelli e vestiti. Camminavo per il semplice motivo che avevo due gambe, anche se non ero più sicuro di stare proprio camminando.
Poi due luci che mi parvero accecanti, molestarono bruscamente i miei occhi. Mi immobilizzai, sforzandomi di capire cosa stesse succedendo; forse ero morto, forse stavo sognando ancora. Ma, all’improvviso, l’istinto mi spinse a muovermi: le luci erano sempre più vicine ed un suono stridulo, come di frenata, mi invase i timpani. Intravidi il cruscotto di una macchina ed il viso di un uomo pallido, folle, inquietante. Forse gridai di paura, forse di eccitazione. Sta di fatto che per una frazione di secondo sentii l’adrenalina dei miei sogni scorrere nelle vene ed il vento che mi scompigliava i capelli.

Poi, l’impatto. [continua...]


1 commento/i:

Vele/Ivy ha detto...

Mmh... il mistero si infittisce... spero che Rob scopra al più presto qual è il suo problema, perchè se continua così gli scoppierà la testa!

Newer post Previouse post Home
Blog Widget by LinkWithin