venerdì 22 maggio 2009

5

Come Lazzaro

Proprio così, sono ancora vivo.

Ho letto i vostri commenti nel post precendente e inutile dirvi quanto sia felice che mi abbiate cercato. Anche se una piccola parte di me è offesa perché nessuno aveva ancora chiamato la Sezione Scomparsi, la Cia o la Vattelapesca. Comunque, in un modo o nell'altro ho riaperto il mio sepolcro, anche se, purtroppo, ancora non sono pronto a riprendere la mia vecchia attività a pieno ritmo.

Essenzialmente, sono stato lontano dal blog a causa della scuola, che ormai volge al termine ma Dio solo sa cosa ci combinano i prof in questi ultimi cazzutissimi giorni; poi ci sono stati una serie di improvvisi imprevisti improvvisati inprevedibili, e quindi alla sera mi cascavano le braccia (letteralmente) e addio strip.

Non vi dico quanto sia offeso Leone, se ne sta tutto il giorno nello sgabuzzino.

In ogni caso, fino alla fine della scuola (ovvero verso l'inizio seconda settimana di giugno) non potrò postare nessun disegno, ma se vi va, seguendo il consueto appuntamento del lunedì-mercoledì-venerdì, vi continuo a pubblicare il romanzo che sto scrivendo.

Oh, solo se vi va. Perché se non vi va, le cose son ben più pesanti e vi mando qualche dozzina di kalashnikov direttamente in casa.

Dunque, bando alle ciance e diamo il via alla festa! Eccovi subito un riassunto delle puntate precedenti del romanzo:

Roberto Bettinelli è un ragazzo di sedici anni che vive a Vòlatri, piccolo paese nelle foreste toscane. La sua vita scorre noiosa come quella di un ragazzo troppo normale e troppo timido, impacciato ed insicuro al punto di non essersi mai dichiarato alla ragazza che più gli piace al mondo: Cornelia, la sua vicina. Peccato che lei sia già fidanzata con il perfetto quanto misterioso Francesco Malatesta, ma Rob fiuta aria di crisi... la scuola ricomincia e Rob ritrova i suoi amici di sempre: Manfredi, un ipocondriaco convinto e Marco e Alex, due fidanzati tanto focosi quanto sregolati, e intanto i sogni del ragazzo sono costellati di strane immagini di lui che vola. La situazione diventa ancora più strana quando Giò Porchetta, il macellaio di paese, comincia a dimostrare un certo interesse nei confronti di Rob e parla a Cornelia dell'arrivo di un nuovo eroe...

Capitolo terzo: Incidente
Raccontato da: Rob

Le prime settimane di scuola erano state caratterizzate da una monotonia snervante e da una valanga di studio da affrontare. Il terzo anno di liceo mi si era rovesciato addosso come un secchio di acqua gelata, che non mi dava il tempo nemmeno di respirare.
Dopo neppure un mese di scuola già faticavo a stare al passo con le spiegazioni dei professori e la cosa si ripercuoteva sulle mie disastrose performance nei test di verifica. Io e Manfredi avevamo passato tutta l’ultima settimana a cercare di capire come diavolo si applicassero le leggi fondamentali dei moti della fisica e, ogni volta che sembravamo sul punto di riuscirci, la nostra autostima veniva prontamente distrutta dall’ennesimo risultato sbagliato.
A farmi innervosire ancora di più c’erano la calma e tranquillità di Lentini e Alex che se ne fregavano altamente di avere voti almeno decenti nelle varie materie. Forse ad innervosirmi tanto non era il loro atteggiamento, quanto l’invidia che provavo nei loro confronti. A volte mi sarebbe piaciuto prenderla alla leggera, ma l’espressione “Tu devi pensare soltanto a studiare” di mio padre mi costringeva inevitabilmente a fare dietrofront.
Ottobre aveva portato con se un gelo inaspettato, che stava già provocando decine di ‘vittime dell’influenza’ nella cittadina. Naturalmente Manfredi era stato il primo ad esserne colpito e si era fatto ricoverare d’urgenza in ospedale perché credeva di essersi ammalato di spagnola – cosa naturalmente impossibile.
Personalmente, continuavo ad essere affetto dalla snervante ripetizione dello stesso sogno: ero continuamente torturato dalla visione di me che volavo sulla foresta. Inizialmente era stata una sensazione piacevole, ma più continuavo a sognarlo e più mi irritavo. La schiena era piena di lividi a causa di tutte le volte che ero caduto dal letto come un idiota.
Un lunedì mattina mi svegliai con un leggero mal di testa che velava i miei pensieri. Feci colazione in fretta e furia – ero in ritardo per prendere l’autobus – e raggiunsi la scuola assieme a Manfredi, Alex e Lentini, come al solito. Quando prendemmo posto in aula, Alex stava litigando animatamente con Marco e Manfredi aveva eseguito una serie di starnuti da record in quanto a potenza. Ultimamente aveva pure l’allergia. Poco prima che cominciasse la lezione entrò in classe Irma Novello e mi lanciò uno sguardo veloce e circospetto.
Non prestai molta attenzione alle varie spiegazioni per due validi motivi: uno, il mal di testa che si insediava lentamente nel cervello, aumentando d’intensità; due il pensiero che quel giorno avrei dovuto andare a teatro. La cosa terribile era che non ci andavo come spettatore.
Affinché potessimo racimolare qualche credito scolastico, infatti, il preside aveva avuto la brillante idea di rendere obbligatoria almeno una attività scolastica per ogni studente. La settimana prima avevamo ricevuto la lista e la cosa meno terribile mi era sembrata proprio il teatro, nonostante avessi seri dubbi sul fatto che sarei riuscito a recitare di fronte ad un pubblico numeroso. D’altronde, l’idea di entrare a far parte della squadra di calcio o pallavolo, era decisamente improponibile. Il teatro, in fondo, mi piaceva e quell’anno la professoressa Garbanti aveva in mente di mettere in scena Romeo e Giulietta. Avrei fatto il provino per una figura di contorno, magari un domestico o un satellite delle Case nemiche.
A fine ultima ora salutai i miei amici e mi diressi verso l’Aula Magna della scuola, dove si svolgevano i provini. Presi posto nell’ultima fila di sedie e aspettai che la professoressa chiamasse gli studenti.
Tutti quelli che si presentarono aspiravano alla parte di Romeo o Giulietta, ma vennero praticamente scartati uno dopo l’altro.
«Troppo acerbo», aveva detto la Garbanti ad un ragazzo del primo anno; «Troppo pomposa», ad una del terzo; «Troppo insicuro!»; «Troppo grassa!»; «Troppo inquietante!»; «Troppo… troppo!».
Io avevo assistito a tutti i provini stringendomi alla mia postazione, felice che non si fosse ricordata degli altri personaggi. Cominciai a sospettare che era davvero troppo strano che non si fosse presentato nessuno per gli altri ruoli e capii il motivo solo mentre i provini volgevano al termine.
«Che ci fai qui, Bettinelli?», ghignò Fabio Zaccaria, uno del terzo anno che personalmente odiavo. Credeva di essere tra i più fichi della scuola, ma in realtà non valeva nemmeno mezzo centesimo. «Non vorrai fare Romeo?». Sorrise beffardo, scuotendo la sua chioma di capelli bionda che gli ricadeva sulle spalle.
«Sarebbe un’idea improbabile quasi quanto quella che lo faccia tu», risposi asciutto e vidi il suo viso accigliarsi. «Sono qui per le parti minori». Ridacchiò come un idiota, mentre diventavo tutto rosso.
«Oggi ci sono soltanto i provini per Romeo e Giulietta!», sghignazzò, accarezzandosi i capelli. «Credo che tu abbia sbagliato giorno», aggiunse osservando la mia espressione imbarazzata, «e attività extra-scolastica». Scivolò via dalla sedia e si diresse verso il palco dove stava per tenere il provino.
«Muoviti Zaccaria», ordinò la Garbanti, allargando le braccia. Livido in volto, io intanto mi stavo alzando per tornarmene a casa. Mentre silenziosamente, percorrevo il corridoio un nome mi costrinse a fermarmi.
«Farai il provino con la signorina Raspollini», stava dicendo la professoressa. «Vieni cara, il copione è sulla sedia in fondo».
Mi voltai di scatto e osservai Cornelia, bellissima come sempre ma un tantino agitata, mentre leggeva la parte che doveva ripetere nel ruolo di Giulietta. Rimasi immobile, inebetito, mentre cominciavano il provino.
Dopo pochi minuti capii che Cornelia era perfetta; mentre ripeteva le parole di Giulietta sembrava incarnasse la dea Venere, ma più dolce ed elegante. Zaccaria, con mia profonda gioia, era tremendo.
«No! No! No!», urlò la Garbanti, agitando le braccia. «Zaccaria, santo cielo, non sei un istruttore di body building che sta corteggiando la bambolina rimbambita di turno! Calati nel personaggio, buon Dio!». Ghignai, entusiasta, mentre Zaccaria sbuffava irrequieto, sotto lo sguardo imbarazzato di Cornelia. Durò ancora pochi minuti prima che la professoressa gli consigliasse di interpretare un personaggio minore. Lui ringhiò accigliato e se ne andò con grosse falcate verso l’uscita.
«Che potevo pretendere da questa vecchia rimbambita?», sbottò, mentre apriva la porta. La Garbanti sospirò e si rivolse a Cornelia.
«Credo che tu sia perfetta cara, ma non possiamo continuare il provino senza un Romeo», mormorò in tono delicato. «Non è rimasto più nessuno». Si voltò, facendo scorrere lo sguardo lungo le file di sedie vuote. Imprecai sotto voce e mi acquattai contro la parete, strisciando verso l’uscita.
«Bettinelli!», esclamò la Garbanti, con un misto di sorpresa e soddisfazione. Avvertii che anche Cornelia era meravigliata. «Cosa diavolo stai facendo appiccicato al muro senza proferire parola? Sei qui per il provino?». Non mi sentivo più il cuore.
«Ah… io… ecco…».
«Avanti, che stai aspettando? Sali sul palcoscenico e recita con la signorina Raspollini». Oh no. Assolutamente no. Non aveva capito proprio un ben niente.
«Io, veramente…», balbettai, mentre le orecchie mi diventavano viola, «credevo che… ecco, credevo che oggi ci fossero i provini per… le parti minori…».
Sbuffò, agitando una mano carica di anelli grossi come cozze. «Be’, fa lo stesso. Ci serve un ragazzo per finire questo provino».
Rimasi impietrito, incapace di muovere un muscolo; il mal di testa aveva lasciato il posto al rimbambimento da adolescente imbranato.
«Insomma, muoviti!». Sapevo che rifiutarmi sarebbe stato deleterio e, riluttante, mi trascinai verso il palcoscenico. Ci misi molto più tempo del dovuto, facendola irritare ancora di più.
«Ciao», mormorò Cornelia, quando la raggiunsi.
«Ciao…».
«Molto bene. Prendi il foglio con la parte di Romeo, è sulla sedia», mi disse la Garbanti. «Forza! Forza!».
Presi il copione, facendolo tremare vistosamente. Mi sforzai di leggere la mia parte: era il primo incontro tra Romeo e Giulietta.
«Che fai?», mi domandò la professoressa, mentre rimettevo il foglio al suo posto.
«Ecco… io… la so a memoria». Mi osservò sbigottita. Shakespeare mi era sempre piaciuto e una volta avevo imparato i passi più belli delle sue opere, convinto che mi sarebbero servite per conquistare una ragazza, in futuro. Naturalmente, non era stato così. Cornelia mi sorrise e lessi nei suoi occhi lo stesso stupore della Garbanti. Anche lei non aveva bisogno del foglio. La professoressa scalciò impaziente. Mi avvicinai tremando a Cornelia e le cinsi la vita, sentendomi il viso in fiamme. Mi sorrise, forse per farmi sentire a mio agio, ma l’effetto fu contrario. Mi obbligai a parlare.
«Se la mia mano indegna … ehm… indegna ardì profanare… la… la…».
«Fermo! Fermo!», urlò la professoressa. Alzai gli occhi al cielo e desiderai di esser sotto terra. «Cos’è questo schifo? Da capo!».
Deglutii e chiusi gli occhi. Respira, respira. Non è difficile. Non è nemmeno la tua parte! Serve solo a far recitare Cornelia. Riaprii gli occhi e trovai i suoi. Sentii dentro di me una forza che cresceva e mi faceva defluire le parole dalla bocca, senza che me ne accorgessi.
«Se la mia mano indegna ardì profanare la destra d’una abitatrice dei cieli…». La voce tremava un po’, ma avvertivo la forza aumentare e diventare sottile sicurezza. «…le mie labbra espieranno la colpa imprimendo su d’essa il più tenero…». Forza! Dillo! Datti una mossa imbecille! «…bacio».
Cornelia cominciò a muoversi e mi guidò in una specie di danza. Dischiuse le labbra e parlò con voce melodiosa: «Bel pellegrino, mal pensate di voi: è col dare a baciar le mani che i pellegrini salutano…». Parlava in modo chiaro e soave, perfetto. «…essi, che così di sovente toccarono le reliquie dei santi».
La sua voce e la sua espressione che infondeva coraggio mi diedero la forza di riprendere a parlare. Ero pronto a dire la mia battuta, a differenza di prima. Lo feci con una convinzione che lasciò stupito anche me stesso. «Ma i pellegrini ancora hanno le labbra». I suoi occhi si addolcirono e abbozzò un sorriso.
«Sì; ma le consacrano solo a propiziarci Iddio». Senza accorgermene, la avvicinai al mio petto e danzai con più convinzione… la parte difficile era passata…
«Oh! Allora divina fanciulla, piacciavi aver le labbra in conto delle mani: deponete su di esse un bacio, ve ne scongiuro, onde non ismarrisca la fede, onde non divenga disperato». Il silenzio era rotto solo dalle nostre parole. Chissà se la Garbanti ci stava ancora ascoltando… vedevo e udivo solo Cornelia.
«I santi si commuovono per virtù della preghiera», disse e la sentii irrigidirsi. Non ne capii il motivo finché non dissi la mia battuta.
«Commovetevi dunque; con ardore ve ne supplico». Avrei dovuto baciarla. Il cuore pulsò improvvisamente all’impazzata: forse era deciso a schizzarmi via dal petto e a costituirsi. Dovevo baciarla e non lo stavo facendo. Dovevo baciarla, volevo baciarla e non sapevo come fare. Sentii il panico travolgermi la mente e offuscarmi la vista… forse non ero neppure più rosso, forse ero cadaverico, in preda all’agitazione… Prima che potessi rendermene conto, Cornelia si alzò un pochino e premette sulla mia schiena, per farmi abbassare. Flettei il collo e vidi i suoi occhi chiudersi… perché io li tenevo aperti? Stupido imbecille! In una frazione di secondo il mio naso imperfetto toccò il suo e le nostre labbra si sfiorarono… non ci capivo più niente… la testa mi stava letteralmente esplodendo…
«MAGNIFICO!» urlò la Garbanti. Mi ero talmente abituato alla musicalità e alla dolcezza della voce di Cornelia, che la sua mi sembrò una tromba suonata da uno che di trombe non ci capiva un fico secco. Mi staccai all’improvviso dalle labbra di Cornelia, come se avessi preso la scossa e rimasi allucinato, con gli occhi spalancati. La voce della professoressa ora era un suono lontano. «Strabilianti! Emozionanti! Toccanti! Perfetti!». Mi portai una mano alle labbra, mentre sentivo ancora il suo sapore… «Certo, dobbiamo lavorare sul bacio… Bettinelli, eri un tantino impacciato, sai in certi momenti bisognerebbe tenerli chiusi, gli occhi… Bettinelli? Bettinelli, sei vivo?».
Mi ridestai a malavoglia dal mio torpore e ci impiegai qualche secondo a rimettere in moto il cervello.
«Oh… io… sì, certo». Cornelia ridacchiò. Azzardai una veloce occhiata verso il suo viso: era imbarazzata quasi quanto me.
«La parte è vostra!», gracchiò la Garbanti, battendo le mani compiaciuta. Perfetto, la tortura era finita. Sorrisi appena e mi diressi verso i gradini per scendere dal palcoscenico. Volevo dileguarmi e scomparire al più presto. Non era stato tanto terribile, poi, no? Una scossa elettrica pervase il mio cervello.
«Coooosa?», urlai, senza nemmeno accorgermene.
«Cosa che cosa?», rispose la professoressa, confusa.
«Io… lei… la parte…», balbettai con gli occhi sgranati. «No! Non se ne parla!».
Cornelia mi raggiunse sotto il palcoscenico. Vidi che era tremendamente in imbarazzo. Dannazione, tutto stava andando molto peggio di quanto avessi temuto.
«Ma che stai dicendo?», borbottò la professoressa.
«Io… non posso fare Romeo».
«Ah, smettila a sottovalutarti Bettinelli!», sbottò e prese a mettere in ordine la sua valigetta, facendo tintinnare in maniera insopportabile i vari monili. «Eri incantevole, se proprio lo vuoi sapere, incantevole. Se Shakespeare fosse ancora vivo, sarebbe rimasto estasiato. Da tutti e due». Il suo era un tono che non ammetteva repliche.
«Ma lei non capisce!».
«Rob…», sussurrò Cornelia.
«No, in effetti non capisco Bettinelli».
«Io…».
«Rob…».
Il mal di testa era tornato, dieci volte più potente di quella mattina. Tutto ad un tratto mi sentivo scoppiare. Volevo scappare, volevo scomparire!
«Continuerò a provinare gli altri personaggi fino a Natale», concluse la Garbanti. «Dopo le vacanze cominceremo le prove e voi sarete i miei Romeo e Giulietta. Non voglio sentire storie».
Aprii e richiusi la bocca, senza che emettesse suoni. La professoressa si legò la sciarpa e se ne andò verso l’uscita.
«Sarebbe magnifico», mormorò, «se nell’attesa vi esercitaste sul bacio!» e scoppiò a ridere, scomparendo oltre la porta.
Rimasi immobile, con i pugni chiusi ed il mio mal di testa.
«Rob…», ripeté per la terza volta Cornelia. Provò ad avvicinarsi, ma io mi scansai. Forse stavo esagerando, forse era soltanto agitazione, forse era il mal di testa. Me ne andai senza dire una parola e lasciando Cornelia ed il suo imbarazzo in Aula Magna. [continua...]

5 commento/i:

Vele/Ivy ha detto...

Che bello!! Sei bravissimo! I dialoghi sono divertenti e anche le descrizioni: gli anelli grandi come cozze fanno morire dal ridere! Ma anche le emozioni di Rob sono descritte in modo coinvolgente... sì, in questa puntata mi sono mozionata con lui! Che bel bacio!!

Gabry92 ha detto...

Bellissimo!! Continua a pubblicarlo perchè è stupendo! Complimenti! =)

Federico Distefano ha detto...

Hehe!
Sospettavo si trattasse della scuola...
:))
Bentornato!
Le mie preferenze vanno ai disegni, ovviamente, ma dato che scrivi bene sono ben contento di proseguire la lettura!
Ciao Pier! Buona serata ed in bocca al lupo per i tuoi studi!! ^^

devitalizart ha detto...

oooooooooooooh era ora! ragazzo mi stavo preoccupando seriamente!

Lukino's pictures ha detto...

MIRACOLO !!!! XD
è tornato,oddio sono commosso...a parte gli scherzi, bentornato!!

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