mercoledì 22 aprile 2009

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Pre-strip, tanto per creare l'atmosfera... >___<

Allora la strip la troverete entro stasera; nel frattempo - siccome ci sto prendendo gusto - vi metto il secondo capitolo della storia; in effetti è molto breve per essere considerato un capitolo, credo che nel risistemare tutto assieme lo accorporerò al primo. In ogni caso questa volta il narratore (che cambia in ogni capitolo, appunto) è il macellaio Giò Porchetta... se non ve lo ricordate ecco un riassunto del primo capitolo:
Roberto Bettinelli è un ragazzo di sedici anni che vive a Vòlatri, piccolo paese nelle foreste toscane. La sua vita scorre noiosa come quella di un ragazzo troppo normale e troppo timido, impacciato ed insicuro al punto di non essersi mai dichiarato alla ragazza che più gli piace al mondo: Cornelia, la sua vicina. Peccato che lei sia già fidanzata con il perfetto quanto misterioso Francesco Malatesta, ma Rob fiuta aria di crisi... la scuola ricomincia e Rob ritrova i suoi amici di sempre: Manfredi, un ipocondriaco convinto e Marco e Alex, due fidanzati tanto focosi quanto sregolati, e intanto i sogni del ragazzo sono costellati di strane immagini di lui che vola...
2.
Il nuovo Eroe

«Vieni piccolo, non aver paura».
l maialino grugnì, indeciso se credermi o meno e mi seguì riluttante verso il capanno malmesso che era schiacciato contro una parete esterna di casa mia, in giardino. Ridacchiai sotto i baffi: ingannare queste bestioline era così facile. Ormai non ci provavo nemmeno più gusto.
Uccidere gli animali di una fattoria è una cosa delicata. Bisogna stare attenti a non perdere la fiducia del branco, isolando gli elementi da macellare con attenzione e precisione. Se gli altri animali capiscono ciò che accade ogni giorno a loro insaputa, quello che è il loro destino, diventano un pericolo serio, anche per un macellaio armato di coltelli grossi come motoseghe.
Aprii la porta del capanno che cigolò.
«Su bello, sarà divertente». Sì, un mondo, ma non per lui. Il maialino – uno degli ultimi nati nel mio allevamento – superò con circospezione la soglia della porta, che richiusi alle mie spalle, affinché gli altri animali non udissero i suoi lamenti strazianti. Poggiai il mio bastone di cedro ad una parete e sollevai il maialino, il quale sbuffò irrequieto.
«Calmo…». Chissà se capiva le mie parole. Lo accarezzai sulla testa e lo legai ad una corda, sistemandolo sulla paglia sporca di sangue. Il suo odore acre, forse, lo fece innervosire ancora di più, perché cominciò a scalciare grugnendo. Mi voltai e raggiunsi uno scaffale di legno schiacciato in un angolo, dove tenevo i miei strumenti da macello. Vi rovistai con cura, mentre i lamenti del maiale diventavano assordanti.
L’ultima cosa che udii, prima di sgozzarlo, fu il grugnito straziato dell’animale.

Il sole ormai era tramontato e su Strada Falterona era scesa una spessa coltre di nebbia che rimaneva incastrata tra il confine della foresta e le ville dei vicini. Arrancai sul marciapiede, accompagnando ogni passo da un colpo del mio bastone.
Ero diretto a casa Raspollini; avevo passato l’intero pomeriggio a sbirciare verso il cancello dell’abitazione, in attesa che la madre di Cornelia – la signora Anna – se ne andasse, affinché potessi parlare con calma alla figlia.
Sorrisi, mentre passavo davanti al cancello color panna dei Bettinelli. Roberto era stato una bella scoperta.
I Bettinelli mi erano sempre piaciuti: una famiglia a modo, come non se ne vedevano quasi più. Il signor Bettinelli – forse – era un tantino troppo sulle sue, ma il suo aiuto era prezioso per la comunità, grazie al suo comando ineccepibile dei Carabinieri di Vòlatri. Sua moglie, Alice, era quanto di più perfetto esistesse nel vicinato: una casalinga vecchio stampo, vicina alla famiglia, agli amici e al mondo in cui viveva. Rob, infine, era il ragazzo più timido che avessi mai visto – decisamente troppo timido – ma era diverso da tutti gli altri ragazzi, così ingenuo, così dolce, così speciale.
Ora, poi, lo era ancora di più.
Subito dopo raggiunsi la casa di Cornelia, mentre la temperatura continuava a scendere. Si preannunciava un inverno rigido, quell’anno. Il cancello era chiuso, ma non mi serviva citofonare: avvicinai un’estremità del mio bastone alla serratura, e con un guizzo di luce blu la aprii. Percorsi il vialetto del giardino, decorato da qualche fiore decrepito, massima espressione floreale della scarsa capacità di giardinaggio della signora Raspollini. Aprii anche la porta d’ingresso – senza preoccuparmi troppo di sembrar scortese. Dal salotto provenivano le voci sommesse della ragazza e di un ragazzo.
«…giuro che quando sarà tutto definitivo te ne parlerò», stava dicendo lui.
«Mi prometti che non è niente di cui dovrei preoccuparmi?», chiese Cornelia. Il suo tono di voce era un tantino insicuro, a tratti speranzoso.
«Ti prometto che se riuscirò nel mio intento sarà la cosa più bella del mondo».
«Svii sempre il discorso».
«Smettila di preoccuparti», borbottò il ragazzo. «Ti amo, lo sai».
Cornelia rimase in silenzio.
«Be’, non dici niente?» incalzò lui.
«Dico che è tardi e devo fare i compiti». Ora la sua voce era diventata nervosa.
«Okay… vuoi che ti aiuti?».
«No, grazie lo stesso. È solo ripasso».
«Va bene».
Sentii il rumore delle sedie che strusciavano sul pavimento e quello di passi diretti verso l’ingresso. Francesco Malatesta e Cornelia mi furono davanti in pochi istanti.
«Oh mio Dio!», esclamò Cornelia, toccandosi il petto. «Signor Porchetta!».
«Buonasera anche a voi», gongolai.
«Non l’abbiamo sentita suonare», mormorò Malatesta, scrutandomi con i suoi occhi color del ghiaccio.
«Perché non l’ho fatto», ghignai, battendo il bastone contro il pavimento. I due ragazzi spostarono lo sguardo su di esso.
«Ah», borbottò Cornelia. «Certo».
«Vuoi che rimanga?», le domandò Malatesta.
«Ma che dici scemo? Forza, va’ pure».
Malatesta mi superò, con sguardo indagatore. Era alto – molto più alto di me – e mi scrutava da capo a piedi, tumido come al solito.
«Arrivederci Giò», mi disse, quasi sul ciglio della porta.
«Arrivederci», risposi, senza voltarmi.
Cornelia mi osservò per una frazione di secondo – amabilmente imbarazzata – prima di abbassare lo sguardo per terra.
«Desiderava qualcosa?».
«Tua madre è in casa?», le chiesi, conoscendo già la risposta.
«No, è uscita da un po’. Voleva parlarle? Se vuole recapiterò io il messaggio».
«Oh, no, è con te che voglio parlare».
Il suo sguardo tornò sul mio viso e sorrise flebilmente. Amavo l’effetto che facevo sui ragazzi. Così spaventati, così angosciati, così nervosi… droga per il mio corpo.
«Okay… vuole venire in cucina? O nel salone…».
«Va benissimo qui. Non vorrei impregnare l’aria di puzzo di maiale», ghignai. La ragazza osservò il mio camice da lavoro sporco di sangue. Trattenne egregiamente un’espressione di disgusto.
«Cosa… cosa mi voleva dire?», domandò.
«Be’… sono qui per chiederti un favore», risposi. «L’altro giorno, passando per caso dai Bettinelli, mi sono accorto di una cosa molto interessante. Hai notato stranezze in Roberto, ultimamente?».
Esitò un po’ prima di rispondere.
«No, non mi sembra… avrei dovuto?».
«Oh, immagino sia ancora presto, ma volevo esserne sicuro», gongolai. «Ecco, sono quasi certo che stia per diventare speciale».
Mi osservò stupita, passandosi una mano fra i capelli biondi.
«Nel senso che… che intendiamo noi?», mormorò.
«Naturalmente».
Il suo viso s’illuminò di un bel sorriso sorpreso.
«Wow, che bella notizia!» esclamò.
«Sai che posso vedere i poteri delle persone che ne sono dotate, no?». Annuì, senza abbandonare il sorriso. «Ho chiaramente percepito quello di Bettinelli, ma naturalmente potrebbe cambiare. In questa fase è ancora un po’ incerto».
«Cosa ha visto?», domandò curiosa.
«Ah-ah, segreto professionale», ghignai, agitando il bastone.
«Uffa! Non è giusto!», ridacchiò.
«Voglio che tu lo tenga d’occhio», dissi. «Se ho ragione fra qualche giorno comincerà ad accusare i primi sintomi dello sviluppo della sua facoltà».
«Okay, certamente», esclamò.
«Mi piacerebbe che fossi tu a spiegargli come funziona, quando arriverà il momento opportuno». Sai che divertimento vedere Bettinelli l’imbranato a stretto contatto con la vicina di casa di cui era innamorato. Quasi meglio che sgozzare un maiale.
«Nessun problema», annuì Cornelia, agitando la chioma elegante che le ricadeva sulle spalle.
«Eccellente», conclusi e colpii il pavimento con la punta del bastone, dalla quale scaturirono piccole scintille blu.
Mi voltai, avvicinandomi alla porta.
«Signor Porchetta…», mormorò Cornelia; dalla sua voce trapelava di nuovo l’insicurezza.
«Non ho molto tempo ragazzina, devo sbudellare una scrofa», gongolai.
La ragazza si morse un labbro per trattenere il ribrezzo.
«Volevo solo chiederle una cosa» borbottò, agitando le mani in aria. «Ecco… mi domandavo se…». La osservai con un sopracciglio inarcato, scrutandone l’espressione indecisa e intimidita. «Tic tac tic tac tic tac». Spostò lo sguardo sul pavimento e si morse le labbra.
«Niente... lasci stare...».


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