venerdì 17 aprile 2009

5

Giuro che non ci sto prendendo il vizio, 'sta volta è per una buona causa...

Mi dispiace davvero, ma anche oggi niente strip... -_____-' Per chi si stesse chiedendo se sono svogliato, be', sappia che non è soltanto per quello: a mia discolpa poso dire che sono reduce da una visita dall'ottico il quale mi ha imbottito di tanti di quei colliri che credo di aver peggiorato la situazione dei miei poveri bulbi oculari... per cui, proprio non ce la facevo stasera (ma quando leggerete sarà già ieri sera) a mettermi davanti al computer a disegnare... non vi dico già che sfaticcaccia scrivere! Comunque, la morale della favola, è che mi dovrò mettere gli occhiali anche se grazie a Dio non fissi...

Per chi volesse, comunque, per non farvi rimanere a bocca asciutta, come sono solito fare quando ho finito la mia scorta di idee, vi posto la continuazione del racconto... siamo arrivati alla terza edultima parte del primo capito... ricordate le parti precedenti? Be', anche se no, non mi va di andare a ricercare il link!

Thò, beccatevi questo e al piàù presto!

Durante il tragitto verso casa avevo lo sguardo assente e la mente dedita al riavvolgimento del mio incontro-scontro con Cornelia. Soprattutto, cercavo di spiegarmi per quale motivo avesse litigato con Malatesta, ma qualunque esso fosse stato, la cosa non mi dispiaceva. Malatesta proprio non ce lo vedevo bene al suo fianco, non ce l’avevo mai visto da quando si erano messi insieme quasi un anno prima. Quel ragazzo mi ispirava meno fiducia di un mafioso e, sotto sotto, a nessuno stava davvero a genio. Solo che tutti – tranne il sottoscritto – gli facevano la faccia dolce quando se lo ritrovavano di fronte, forse spaventati dalla sua espressione un tantino inquietante.
Alex stava cercando di convincere Lentini a portarla a Firenze, quel fine settimana, affinché trovasse qualcosa di decente per il festival, quando scendemmo dallo scuolabus. Io e Manfredi li salutammo – abitavano entrambi quasi all’inizio di Strada Falterona – e proseguimmo verso le nostre rispettive case. Quando anche Manfredi oltrepassò la recinzione del suo giardino, scrutai di sfuggita la casa alla mia sinistra, sull’altro lembo di strada.
Era la sgangherata abitazione di Giò Porchetta – il macellaio del paese – grigia, lercia e dall’aria malsana come sempre. Il suo giardino era l’unico sporco e malcurato in tutta Strada Solone, le erbacce gialle e piene di sterco di animali.
Una cosa era sicura: rispecchiava il padrone, un tipo angosciante ed estremamente misterioso. Aveva l’aspetto di un pazzoide e provava un assurdo piacere nel macellare le carni delle sue povere bestiole che uccideva personalmente.
Sfortunatamente abitava a pochi metri da casa mia e ogni notte, a mezzanotte, riecheggiavano in tutto il vicinato le urla struggenti di galline, polli e mammiferi vari che venivano trucidati.
Arricciai il naso e raggiunsi il cancello di casa mia, color panna, semplice ed elegante, come desiderava mia madre.
Respirazione affannata e bava sulle mie scarpe da tennis annunciarono l’arrivo di Orazio che era venuto a salutarmi. Abbaiò scodinzolando mentre io lo grattavo dietro le orecchie: sembrava un grosso crem caramel con quattro zampe.
«Ciao ma’, ciao pa’», dissi entrando a casa. Uno squisito profumo di stufato mi inondò le narici: mia mamma era una cuoca eccellente. Raggiunsi la cucina – era rettangolare, dai colori sgargianti e con le tendine di pizzo arancioni – e trovai mio padre seduto a tavola, mentre mia madre cominciava a servire il pranzo.
«Ciao Rob!», esclamò lei.
«Rob…», ripeté mio padre, gli occhi che scivolarono per un attimo dal televisore al mio viso. Era un uomo alto e robusto, con pochi capelli brizzolati ed i miei stessi occhi gelidi. Da mia madre, invece, avevo ereditato la statura non troppo esagerata ed il naso un po’ pronunciato.
«Come è stato il ritorno a scuola?», mi chiese, mettendo lo stufato nel mio piatto.
«Da coma», tagliai corto io.
«Sempre insoddisfatti questi studenti…», bofonchiò mio padre, versandosi l’acqua. Indossava ancora la divisa.
«E il tuo ritorno in caserma?», gli chiesi per stuzzicarlo.
«Be’ quello si potrebbe definire… come hai detto? Da coma... oggi nulla di stimolante». Amava il suo lavoro, ma soprattutto la parte pratica, tipo omicidi, rapine o casi irrisolti. Cose molto difficili da trovare a Vòlatri. «Più che altro ci stiamo occupando di tutta la roba riguardante il festival».
«Oddio», mugugnai, infilandomi in bocca lo stufato.
«Quest’anno cosa hai intenzione di fare?», mi domandò mia madre, con una punta di rimprovero nella voce.
«Niente, come al solito. È una stupidaggine questo dannato festival».
«Parole sante, ragazzo mio», esclamò mio padre. Per lui meno stavo lontano da casa meglio era: un parte della mia timidezza era da attribuire certamente a lui, che mi aveva sempre tenuto segregato in casa, terrorizzato da ciò che il mondo offriva.
Suonò il campanello.
«Oh, Rob puoi andare ad aprire?», chiese mia madre, pulendosi la bocca con un tovagliolo. «Dovrebbe essere il signor Porchetta». Un brivido mi corse lungo la schiena.
«Porchetta? Che ci fa qua?», sbottai.
«Ci doveva portare un po’ di carne, forza muoviti».
Mi alzai sbuffando; Giò Porchetta mi inquietava più di ogni altro essere umano, tanto da non riuscire nemmeno a reggerne lo sguardo quando lo incontravo. Cosa che cercavo di evitare con tutte le mie forze.
«Salve signor Porchetta!». Mi sforzai di sorridere, ostentando cortesia.
«Quale piacere Bettinelli!». La voce di Porchetta era forse più orrenda del suo aspetto: una voce stridula, come quella di un bambino dispettoso e cattivo. Era più basso di me, un po’ gobbo, ma molto magro; indossava il suo solito grembiule bianco sporco di sangue. Il viso era smunto e sfigurato, incorniciato da capelli unti e separati in due ciocche brizzolate da una larga scriminatura. Con una mano si sosteneva al suo solito bastone ricurvo – benché non zoppicasse – e con l’altra manteneva in bilico un grosso vassoio dal quale penzolavano enormi bistecche gocciolanti di sangue.
Ebbi la netta sensazione che Porchetta, per una frazione di secondo o poco più, avesse avuto un fremito, come se i suoi occhi fossero stati pervasi da una visione raccapricciante o qualcosa del genere. Mi studiò attentamente, come non aveva mai fatto prima, e io fui costretto ad abbassare lo sguardo, intimorito ed imbarazzato.
«Ecco qui, come voleva tua madre», mi disse dopo alcuni instanti interminabili; la sua voce risuonò ancora più angosciante di prima. Presi il vassoio, nascondendo a stento un’espressione disgustata. «Li ho uccisi stamattina», puntualizzò, sorridendo e scoprendo una lunga fila di denti acuminati.
«Oh… ecco… entusiasmante», borbottai, arretrando verso l’interno di casa. «La ringrazio a nome dei miei genitori».
«È stato un piacere» cinguettò, continuando ad osservarmi più attentamente del dovuto.
«Alla… prossima…», lo salutai, mentre chiudevo la porta.
«Naturalmente».
L’ultima cosa che vidi fu il suo sguardo assurdamente compiaciuto.


Poco prima di cena m’infilai il maglione e uscii in giardino. Nonostante fossimo ancora a metà settembre, l’aria era pungente. Orazio abbaiò entusiasta e mi raggiunse scodinzolando.
«Lo so che muori dalla voglia di giocare», dissi, sorridendogli. Mi rispose con un sorriso da cane, come mi piaceva interpretare la sua lingua penzolante.
Presi la pallina di gomma che Orazio amava mordicchiare e appoggiai le spalle alla ringhiera. La lanciai con un fischio nella parte posteriore del giardino e Orazio la rincorse, inciampando nei suoi stessi rotoli di ciccia.
Mentre aspettavo che tornasse indietro, mi infilai le mani in tasca e osservai la foresta, dietro alla quale stava tramontando il sole. Attraverso gli alberi filtrava una soffusa carezza di luce color rubino.
Orazio tornò trotterellando con la pallina stretta tra i denti. Gli accarezzai le testa e la lanciai di nuovo, più lontano.
«Ciao Rob!». Mi voltai immediatamente, catturato dal suono melodioso di quella voce che conoscevo bene.
Cornelia stava appoggiata al tratto di ringhiera che i nostri giardini avevano in comune.
«Ehi, ciao!», risposi e ringraziai il cielo che cominciava a far buio, perché ero diventato color peperone.
«Come va?», mi domandò.
«Come al solito», dissi scrollando le spalle. Facevo passi avanti nell’autocontrollo.
«Mi dispiace per stamattina», mormorò, spostandosi una ciocca di capelli color miele dietro all’orecchio sinistro. «Ero davvero nervosa, ho trattato male un sacco di gente».
«Oh… tranquilla, l’avevo capito», sorrisi.
«L’unico modo per calmarmi quando sono arrabbiata è…».
«…la Nutella», finii. Cornelia sorrise, sorpresa e mi osservò con uno sguardo interrogativo.
«Okay, confesso, l’ho sentito dire da tua madre una volta», spiegai. Chissà se era possibile arrossire più di quanto già non lo stessi facendo. «Da allora me ne ricordo sempre».
«D’accordo, devo far presente a mia madre di non urlare ai quattro venti i miei vizi», ridacchiò, abbassando lo sguardo.
«Non è un vizio. È la cosa più dolce del mondo», precisai. Cornelia sorrise di nuovo, illuminando il viso.
«Ehm… Rob», disse poco dopo, indicandomi la mia gamba. Abbassai lo sguardo e mi accorsi solo in quel momento che Orazio stava mordendo con quanta forza aveva nella mascella un grosso lembo dei miei jeans.
«Ehi!», mugugnai accigliato e sentii Cornelia ridere. Raccolsi la pallina di gomma e la scagliai di nuovo verso la parte posteriore del giardino. Orazio – un po’ offeso – la rincorse con meno grinta di prima. «Scusa», dissi a Cornelia, «è che odia essere interrotto quando gioca».
«È così dolce!», squittì, osservando il labrador scomparire dietro le mura di casa mia. Piccola pausa di silenzio. «Allora, questo rientro a scuola come è stato?».
«Come ogni anno. Prima o poi doveva arrivare», risposi, storcendo i lati della bocca. «E il tuo?».
«Non dei migliori».
«Ah… già». Morivo dalla voglia di scoprire se avesse litigato con Malatesta. «Qualche problema con Francesco?».
Esitò qualche istante prima di rispondere.
«Già… ma spero che si risolverà tutto presto».
«Oh». Mi stavo mordendo il labbro con così tanta forza che da un momento all’altro sarebbe uscito il sangue.
«Tutto okay?».
«Ah… sì, sì! Tutto okay!,» esclamai, alzando le mani come se mi avessero puntato una pistola addosso e cercando di sorridere.
«Mi sa che ti conviene dare retta al tuo cane», disse, soffocando le risate, «sennò ti mangia la gamba».
Orazio mi stava di nuovo mordendo, ma più forte. Questa volta me ne accorsi e lo scacciai con il polpaccio dolorante.
«Entro dentro, comincia a far freddo», disse sorridendo Cornelia.
«Hai ragione… ci vediamo a scuola», borbottai, raccogliendo di nuovo la pallina di gomma.
«Okay… ‘notte Rob!».
«‘Notte Cornelia». La seguii con lo sguardo mentre veleggiava verso la porta d’ingresso. Abbassai lo sguardo ed incontrai quello corrucciato di Orazio.
«Sei contento adesso?», sbottai e lanciai la pallina il più lontano possibile.
Più tardi salii al piano di sopra, in camera mia, per fare i compiti: era il primo giorno di scuola ma già c’era un bel po’ da studiare.
Cercai di concentrarmi sulla composizione del dna e sui suoi dannati nucleotidi, ma non riuscivo a scacciare l’immagine di Cornelia dalla mia mente… mi sentivo davvero uno sporco egoista a pensare a quello che stavo pensando, ma il presentimento che tra lei e Francesco tirasse aria di bufera mi rendeva felice…
A fine giornata avevo imparato solo i nomi delle quattro basi azotate e, dopo cena, m’infilai a letto moralmente sconfitto.
Anche quella notte sognai di saper volare.


«Mi declini il nome res, rei signor Bettinelli», disse spazientita la professoressa Mascarino, lingua e letteratura latina.
«Res… rei… rei… ehm… re-res… », mormorai a bassa voce, mentre Manfredi sfogliava il libro di grammatica latina cercando invano di aiutarmi.
«Re» ultimò la professoressa Mascarino, irritata. «Più attenzione Bettinelli, prego».
Annuii distrattamente. Avevo un gran mal di testa e nella mia mente continuavano a susseguirsi stupide immagini di me che volavo.
Per quale dannatissimo motivo l’insensato sogno di me che cavalcavo le nuvole continuava a bussare al mio cervello ogni notte? Okay, avevo sempre desiderato da piccolo di saperlo fare, ma era un inutile ed impossibile desiderio. Una di quelle cose che vorresti saper fare, tipo leggere i pensieri o teletrasportarti ma che, disgraziatamente, non sono permesse a noi poveri umani.
Cominciai a pensare che forse, leggere tutti quei fumetti, mi faceva male... [continua]

5 commento/i:

Vele/Ivy ha detto...

Bello! Narrato davvero bene, a me piacciono i racconti con tanti dialoghi, sono scorrevoli. E' molto personale, scommetto che c'è parecchio di te e della tua vita in queste righe!

Lukino's pictures ha detto...

io devo ancora postare il disegno tributo che ti avevo promesso!
sta settimana lo metto, quindi, all'occhio^^

Lukino's pictures ha detto...

...mi sono appena accorto di aver fatto una gaffe colossale dicendoti "...all'occhio".....scusa -_-"

nuvolette ha detto...

voglio il seguitoooooo!!! ^_^

Federico Distefano ha detto...

Uhi!
Dai, consolati; gli occhiali aggiungono un torbido fascino da intellettuale, a cui le donne non riescono a resistere...
^_____^

Ciao Pier!!

P.S.= Curioso... La Nutella calma anche me...

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