mercoledì 1 aprile 2009

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Intanto...

Ancora niente strip oggi, ho una vagonata di studio da recuperare dopo una settimana di salti in padella e pur con tutta la buona volonta (a-ehm... *____*) di mettermi pure a scarabocchiare con la tavoletta grafica non ci sono riuscito.

In compenso, però, se vi fa piacere, quest'oggi vi posto la continuazione di quel racconto che sto scrivendo e di cui vi ho parlato qui... prometto, comunque, che venerdì, almeno una illustrazione ce la spiaccico... 'kay??

Primo capitolo - 2a parte

...Ci salutammo con la solita pacca sulle spalle.
«Ahi…», borbottò non appena lo ebbi toccato.
«Che c’è?», chiesi, ma sapevo già la risposta.
Manfredi era un ipocondriaco convinto: nel giro di sedici anni aveva costretto i poveri signori Cavalca a fargli fare tutti i controlli medici possibili ed immaginabili e si era auto diagnosticato una serie di malattie che non stavano né in cielo né in terra.
«Credo di avere una strana forma di artrite vertebrale…», mugugnò storcendo la bocca. «Anche se penso sia colpa dell’umidità: come al solito di questi tempi mi si infiltra nelle ossa. Il clima di questa città è così instabile… d’estate è afoso, d’inverno arriva a nevicare, le mezze stagioni sembra che si siano perse per strada, l’umidità ci appanna pure gli occhi, che sia giugno o dicembre ».
Lo guardai con la mia solita espressione da ricoverati-in-un-manicomio e continuammo a camminare; avevamo appena superato casa di Irma Novello (che si affacciava sul marciapiede opposto), una nostra compagna di classe. Lì vicino un quartetto di studenti schiamazzava gioioso: probabilmente si rincontravano per la prima volta dopo le vacanze estive. Vicino a loro una signora alta e smilza ed un’altra poco più bassa di lei ma parecchio più robusta, stavano litigando perché avevano comprato le stesse luci a forma di stella da appendere sul cancello.
«Il festival si avvicina», borbottai assottigliando lo sguardo.
«Oh mio Dio, speravo che se ne fossero dimenticati», disse Manfredi, alzando gli occhi al cielo. «Ogni anno la stessa stupidissima ricorrenza senza senso. Una marea di cibo che andrà sprecato, pieno di… germi e… colesterolo». Tirò fuori la lingua, disgustato.
«Quello è il male minore cretino», lo rimbeccai. «La cosa peggiore è il ballo». Manfredi trasalì.
Ogni anno a Vòlatri era tradizione organizzare il Festival di Ottobre, affinché – secondo la leggenda – ci si assicurasse la benevolenza degli spiriti invernali. Durante i giorni che precedevano il grande evento – che si svolgeva durante la notte di Halloween – tutti gli abitanti di Strada Falterona si davano un gran da fare, di modo che il loro pezzo di marciapiede fosse il più bello.
Ogni famiglia, infatti, doveva addobbare il tratto di strada davanti alla propria casa con bancarelle, illuminazioni, composizioni floreali, festini e chi più ne ha più ne metta. C’era chi preparava del cibo, chi vendeva vestiti usati, chi metteva in mostra i propri quadri e cose del genere. Bisognava, in sostanza, creare una lunga fila di banchetti fino alla Piazza della cittadina, dove gli abitanti più giovani si dovevano esibire nella tradizionale danza di ottobre.
Era questo il punto peggiore, naturalmente: non tanto per l’atto di ballare in sé, quanto per il fatto che bisognasse trovare una compagna.
«Spero che quest’anno non ci obblighino a fare da lustra-scarpe come l’anno scorso», mugugnai, allucinato al solo pensiero. Già, perché quella era la sorte di chi non si trovava una ragazza: lucidare le scarpe degli altri danzatori. Roba da pazzi. Manfredi ridacchiò, una risata esasperata, ma non appena lo fece si tastò il fianco.
«Adesso che c’è?» domandai irritato.
«Mi sa che ho qualcosa che non va alle costole, sai? Tipo una frattura… dici che è possibile?». Lo fissai mezzo inorridito.
«Piantala», gli intimai.
Raggiungemmo la fermata appena in tempo, mentre lo scuolabus compariva dalla curva della strada, coperto dall’ombra di altissimi tigli.
Salimmo assieme agli altri ragazzi della fermata, tra i quali intravidi Marco Lentini e la sua ragazza Alessandra Giusso – per noi Alex – , gli altri due miei amici.
«Qui». Indicai a Manfredi l’ultima fila di posti, quella più numerosa. «Ci sono anche Lentini ed Alex» gli spiegai. Ci sedemmo e gli altri due ragazzi ci raggiunsero quando la fila di studenti davanti a loro ebbe preso posto. Naturalmente li conoscevo quasi tutti – era impossibile a Vòlatri il contrario – ma pochi di loro mi salutavano. Mi vedevano quasi come un ragazzo anormale, soltanto perché non mi comportavo da idiota come loro prendendo in giro mezza città e atteggiandomi da divo.
«Ehi!», ci salutò Lentini, appoggiando lo zaino sotto al suo sedile. Era un ragazzo decisamente solare, con i capelli biondi quasi rasati, una massa sospetta di muscoli d’oro sotto la maglietta ed il viso un tantino butterato. Anche Alex ci salutò, aggiustandosi i capelli scuri scompigliati che le arrivavano a metà del collo.
«Sono bruttissima stamattina vero?», mugugnò, specchiandosi nel finestrino. Tipico di lei, odiava sentirsi in disordine.
«Smettila amore, stai benissimo», sbuffò Lentini, guardando me e Manfredi con la coda dell’occhio. «Vero ragazzi che sta benissimo?» ripeté, cercando il nostro supporto.
«Quanto è vero che son vivo» dissi allargando il sorriso.
«…sì, quanto una colica…». Diedi una gomitata nello stomaco di Manfredi che storpiò le ultime lettere. Dio solo sa cosa sarebbe successo se Alessandra lo avesse sentito.
«Oh, grazie ragazzi!», esclamò lei entusiasta, accavallando le gambe. Lentini si rilassò ed estrasse il Corriere di Vòlatri dallo zaino, mentre il motore decrepito dello scuolabus sbuffava irrequieto.
«Quest’anno il sindaco ha annunciato che il festival sarà ancora meglio delle volte precedenti», disse, sbirciando il titolo di un grosso articolo in prima pagina. Grugnii.
«Lo dice tutte le volte…», mormorò Alex, «…ed è vero…». La sua voce era diventata improvvisamente sdolcinata; si attaccò al braccio sinistro di Lentini.
«Se lo dici tu», rispose non troppo convinto.
«Oh, si può sapere perché a voi maschi non piace il festival?», disse contrariata Alex, come se fosse la cosa più impossibile del mondo.
«Forse perché siamo… maschi?», fece Lentini, alzando le sopracciglia. Alex lo ignorò e si rivolse a me e Manfredi.
«Voi chi invitate?», domandò, con uno sguardo orribilmente malizioso. Sentii le guance diventarmi di fuoco e nascosi il viso nel colletto della camicia.
«La mia gastrite», ghignò Manfredi, osservandola schioccare la lingua orripilata.
«Rob?».
«Mmmmmm».
«E dai… non inviti Cornelia?», chiese sbattendo gli occhi da cerbiatta. Lentini la ricacciò sul suo sedile, visto che nel tentativo di leggermi lo sguardo gli si era arrampicata sulle gambe.
«Non dire stupidaggini», borbottai. «Sai che è fidanzata».
«Che particolare inutile», commentò, scrollando le spalle. «E poi lo sanno tutti che ultimamente è in rotta di collisione con Malatesta…». Lentini alzò lo sguardo dal giornale e la squadrò perplesso.
«Cosa?», esclamai, forse un po’ troppo a voce alta.
«Ah-ah», ghignò Alex. «Allora lo vedi che ti interessa?». Mi morsi le labbra, abbassando lo sguardo. «Comunque, da quanto ho saputo io sembra che sia lei ad essere stanca. Chissà, forse c’è di mezzo un’altra». Sì, magari.
«Sto ripensando a quello che hai detto prima», mormorò Lentini. «Quindi se qualcuna mi invitasse al festival io ci potrei andare comunque?», domandò.
«Certo, è solo un ballo. Non te la devi mica sposare». Marco sembrò soddisfatto della risposta e avvicinò di nuovo il Corriere al naso, con un ghigno malizioso dipinto sulle labbra.
«Scusa, ma perché dovrei invitare proprio Cornelia?», domandai, sul vago.
«E dai Rob, si vede lontano tre chilometri che ti piace da morire!», intervenne Manfredi, alzando le mani al cielo.
Feci finta di non esserne troppo convinto. Era dannatamente vero. «È dalla prima elementare che la spii», aggiunse.
«Io non spio nessuno» ribattei, color peperone, ma naturalmente anche quello era vero. Cornelia – la ragazza più dolce e carina che avessi mai visto – abitava proprio accanto a noi, e dalla finestra di camera mia potevo vedere la sua. Mi piaceva osservarla assorta nella lettura dei suoi libri, al computer, mentre provava a risolvere i problemi di matematica… merda, sembravo proprio un maniaco.
Lo scuolabus si fermò con uno sbuffo di fronte al cortile del nostro liceo. Io e gli altri ci alzammo e ci unimmo alla fila di studenti per scendere.
Dopo pochi secondi le pareti di mattoncini rossi della scuola comparvero sul ciglio della strada. L’atrio brulicava di studenti – anche se ‘brulicare’ è una parola davvero troppo esagerata a Vòlatri – che si scioglievano in abbracci smielati e baci umidi e appiccicosi.
Raggiungemmo la nostra aula al secondo piano, mentre la campanella segnava l’inizio delle lezioni. Io e Manfredi prendemmo posto in terza fila, Alex e Lentini al banco di dietro, mentre il professore della prima ora stava già facendo l’appello; salutai con un cenno i nostri compagni di classe, mentre anche loro prendevano posto, ma naturalmente nessuno ricambiò. Uno di loro, come al solito, rimase da solo, al banco sotto la finestra: era un ragazzo cicciotello, con i capelli rossi arruffati ed il viso sempre imbronciato. Si chiamava David e non aveva mai parlato con nessuno da quando avevamo cominciato il liceo.
Naturalmente, all’inizio, avevo cercato di instaurare un rapporto: conoscevo troppo bene la timidezza e volevo aiutarlo. Ma lui respingeva chiunque volesse parlargli, aumentando la voglia dei cretini di turno a prenderlo in giro.
La mattinata scivolò via in modo terribilmente tedioso. Alla prima ora ricevemmo gli orari del terzo anno, notando con sdegno che due volte alla settimana avremmo dovuto trattenerci a scuola fino alle quattro.
Alla seconda ora la professoressa Turner – lingua e letteratura inglese – ci obbligò a farle un resoconto dettagliato e in inglese perfetto delle nostre vacanze; io mi limitai a dirle che erano state afose e troppo belle per essere vere, come sempre, suscitando il suo sdegno, mentre Manfredi si mise a decantarle tutte le terribili infezioni e malattie che lo avevano costretto a letto per tre settimane di seguito. L’unica che fu in grado di tenere un discorso completo, come al solito, era Irma: conosceva tutto il vocabolario di inglese e la sua pronuncia era esattamente quella di una persona nata e cresciuta nei luoghi dove lo si parlava; riusciva addirittura a riprodurre la differenza tra l’inglese britannico e quello americano, anche se ormai non stupiva più nessuno, nemmeno la Turner.
Il resto delle lezioni furono anche peggio (il professore di biologia attaccò immediatamente a spiegare il dna) e soltanto l’intervallo riuscì ad alleviare il torpore che aleggiava sulla classe.
A fine lezioni il mio umore si sollevò all’improvviso, anche se per pochi minuti. Raccolte le mie cose sgattaiolai verso la biblioteca, con l’intenzione di prendere in prestito un paio di libri che mi avrebbero aiutato con biologia. Mentre percorrevo il corridoio del secondo piano, diretto verso le scale urtai contro qualcosa, anzi, qualcuno. Un tonfo sordo annunciò che erano caduti dei libri.
Alzai lo sguardo e vidi una ragazza dai lunghi capelli color miele che mi osservava nervosamente. Era ancora più carina di quanto me la ricordassi: Cornelia Raspollini, naturalmente.
Non ci eravamo mai parlati tantissimo, molto probabilmente perché io perdevo tutta la mia intelligenza quando entravamo in contatto, anche solo visivo.
I suoi occhi castani si abbassarono verso i libri caduti per terra, coperti all’improvviso da ciglia lunghe e delicate e si chinò per terra, i boccoli che le ricadevano sulla maglietta bianca aderente.
«Oh… io… scusami…», balbettai come uno scemo, chinandomi automaticamente per aiutarla.
«Lascia stare… che cavolo, come sono maldestra», esclamò lei. La sua voce non era dolce e delicata come al solito, ma acida e seccata.
Si rialzò stringendo i libri in grembo e con il nasino alla francese diventato un po’ rosso. Le sorrisi come un pervertito, era l’unica cosa che riuscivo a fare.
«Perché non li dai a me?», disse una voce bassa, severa e ferma a Cornelia.
Solo in quel momento mi accorsi che non era da sola: al suo fianco un ragazzo alto, i capelli corvini perfetti e rilucenti sulla fronte, i tratti del viso assurdamente geometrici ed una carnagione olivastra, stava tendendo le sue mani affusolate verso la ragazza.
Era Francesco Malatesta. Tra parentesi – dolorosa parentesi – il suo fidanzato.
Francesco era un ragazzo molto affascinante ed intelligente, figlio dell’uomo più ricco di Vòlatri; sua madre – per quanto ne sapessi io – era morta un bel po’ di anni prima. La perfezione di quel ragazzo, assolutamente maniacale in ogni cosa che faceva, era decisamente snervante, ma il suo narcisismo e la sua profonda convinzione di essere al di sopra di ogni cosa lo erano ancora di più. Naturalmente il fatto che si dimostrasse sempre gentile ed educato con tutti – nonostante dai suoi comportamenti trapelasse una freddezza degna del Polo Nord – gettava un’ombra su tutto il resto e la gente ne rimaneva spesso stregata. Personalmente non ero mai riuscito a farmelo piacere.
«So fare benissimo da sola», rispose lei con un sibilo soffocato ed il viso sfigurato da una smorfia seccata.
«Scusami, non ti avevo visto», mi affrettai a dire a Francesco, tendendogli la mano.
Lui abbassò lo sguardo verso di me e i suoi occhi blu mi squadrarono per un istante: con un brivido sulla schiena mi accorsi solo in quel momento che erano terribilmente simili ai miei.
«Oh, ciao Bettinelli…», mi disse, sorridendo, ma in modo distaccato.
«Scusami», mugugnò Cornelia e mi feci da parte per farla passare; stringendosi i libri al petto si avviò verso l’interno del corridoio, senza nemmeno aspettare Francesco.
«Con permesso…», mi mormorò lui, alzando il passo per raggiungerla. Avrei giurato che lei gli avesse sussurrato “vattene”. Continuai a guardarli per qualche secondo, finché non svoltarono a sinistra. Quasi stentavo a riconoscere Cornelia. Era sempre stata gentile, educata e dolce come miele – mio padre ne decantava spesso le lodi – ma quella mattina sembrava un’altra persona. Attribuii quel cambiamento ad una normale giornata storta – forse a causa di Francesco – e proseguii verso la biblioteca... [continua]

ciaugh! Pierluigi


3 commento/i:

nuvolette ha detto...

eppoi??????? sono curiosa!!!! ^_^

Federico Distefano ha detto...

Dal basso della mia ignoranza in materia, direi che scrivi bene!
Devo anche ammettere che è la prima volta che sento l'espressione "muscoli d’oro", anche se ho capito subito cosa intendevi.
Il mio parere (sul pezzo letto) è positivo. Aspettiamo di sentire cosa ne dice qualcuno più competente.
:)
In ogni caso, fa venire voglia di continuare a leggere.

P.S.= Ai pezzi che metti sul blog, secondo me sarebbe meglio togliere le righe d'interruzione.
O magari di metterne di meno, ad es: solo quando cambi "scena".
Ciao Pier!

Mobu ha detto...

:)

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